¿Sabías que corn no significa lo mismo en inglés americano que en inglés británico? Aquí te lo explico usando un relato que escribí para el curso de TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO IN ITALIANO II (SECONDA LINGUA) impartido por mi admirada Profesora Tonin de la Universidad de Bolonia.

Prendete le mie parole con misura perché questa è un storia di parte. Questo è il racconto di perché sono diventato traduttore. Una storia autobiografica di come le parole si intrecciano nella nostra vita

Le parole ci perseguitano. A me capita spesso. Mi è successo tante volte di scoprirne una per caso e poi trovarla dappertutto: nel telegiornale, in una battuta per strada, nascosta in una rubrica sul giornale o evidenziata in rosso in un libro letto anni fa. Le parole ci perseguitano. Ne sono convinto. È vero che ce ne sono tante in giro, però ognuno ha la propria a cui è particolarmente affezionato. Ci avete fatto caso? Ecco, quella parola testarda disposta a fare capolino nei momenti più insospettabili, che riesce a strapparci sempre un sorriso e che nessuno tranne noi è in grado di capire interamente. La mia è grano… Mi chiamo Rafael Navajas Pérez, sono Ariete, figlio unico, mancino e canto malissimo. Prendete le mie parole con misura perché questa è un storia di parte. Questa è la storia di come sono diventato traduttore.

Sono nato in Spagna, a Siviglia, ma sono vissuto per quasi tutta la mia vita a Granada, tutte e due città con una storia che vale la pena raccontare, entrambe bellissime, così tanto che non sarei in grado di dire quale lo sia di più. Comunque scelgo Granada: la conosco molto meglio. E poi il nome di Granada, melograno, viene dal latino Malum granatum che significa “frutto con dei grani” e come ho anticipato io una storia con i grani ce l’ho.

I grani mi piacciono. Anzi, le piante. Fin da piccolo mi sono interessate molto, e anche gli animali. Mio nonno, che accompagnavo spesso, era veterinario in un piccolo paesino nel cuore dell’Andalusia e mi ha fatto apprezzare la natura. Sebbene mio papà mi abbia suggerito di fare medicina, legge, o qualcosa di “serio”, ho seguito il mio istinto. Ho studiato Biologia e ho fatto bene; mi sono laureato con successo. Subito dopo ho preso una borsa di studio per fare la tesi di dottorato. Che ho ottenuto.

Poi un giorno, senza rendermene conto, sono andato a lavorare negli Stati Uniti. Lì mi sono inserito in un gruppo di ricerca che si occupava di Genetica Vegetale, soprattutto riso, mais, frumento, pistacchio e mandorla. Niente che noci e grani, certo. Le parole ci perseguitano. Ne sono convinto. Sono stati due anni duri e solitari, ma tutto sommato ho vissuto un’esperienza fruttifera che mi ha fatto apprezzare molto ciò che avevo lasciato a casa. Dopo qualche anno sono stato assunto come ricercatore all’Università di Granada e così il sogno americano è finito. Mi sono portato dietro un livello decente di inglese e un mucchio di parole che forse avevo con me da sempre ma che soltanto adesso ero consapevole di conoscere.

Nel 2006 sono venuto in Italia per la prima volta. Nel tragitto da Torino a Milano la macchina a noleggio si è rotta e siamo capitati in un piccolo paesino chiamato Granozzo con Monticello, cioè “luogo adatto alla coltivazione del grano”. Coincidenza? Sicuramente sì, però devo ammettere che iniziava a essere quanto meno divertente. Aneddoti a parte, il bello della situazione è che sono rimasto sconvolto per tutto ciò che ho incontrato e visto durante quel viaggio. Le parole di un linguaggio sconosciuto e familiare al tempo stesso mi rimbombavano seducentemente in testa. Ho seguito ancora una volta l’istinto. Mi sono ripromesso che il giorno successivo al mio rientro mi sarei iscritto a un corso di italiano: detto fatto. Ho cominciato anche a frequentare degli italiani, mi sono innamorato; ho visto tanti film in versione originale, ho scoperto Paolo Conte, Jovanotti, Fabri Fibra, ho letto e amato tutti i libri di Alessandro Baricco, ho mangiato la pizza, l’ho addirittura fatta in casa; ho fatto sogni in italiano; ho fatto domanda per la Facoltà di Traduzione e Interpretariato, me l’hanno accettata; sono arrivato all’ultimo anno, mi sono laureato a pieni voti; ho cominciato a collaborare con una agenzia di traduzione e finalmente mi sono abbandonato liberamente al fascino delle parole. Le parole ci perseguitano. Ne sono convinto.

A differenza dei miei compagni avevo una certa esperienza nel campo tecnico-scientifico e sono stato assunto subito. Mi sono dovuto dar da fare, però alla fine se ne sono fatti una ragione e hanno accettato che un biologo potesse fare il turcimanno. Non dimenticherò mai il mio primo incarico per questa azienda. Si trattava di un testo abbastanza semplice, piuttosto divulgativo, un volantino intitolato Valore nutrizionale dei nostri prodotti, che trattava le differenze a livello nutrizionale tra il frumento, il mais, il pistacchio, la mandorla, ecc. La data di consegna era stata stabilita una settimana dopo. Dovevo tradurre dall’italiano in inglese per un pubblico britannico. L’appaltatrice era un’azienda del settore alimentare che cercava di aprire nuovi mercati all’estero. Sembrava scritto apposta per me e ho pensato “è troppo facile, mi vogliono mettere alla prova. È un incarico finto”. Comunque ho dormito pochissimo. Ho mangiato male. Ho tradotto quasi meccanicamente tutte quelle parole che ormai mi appartenevano. Mi sono divertito. Ero soddisfatto del lavorone svolto. Ho consegnato il lavoro in due giorni.

Una settimana dopo ho ricevuto le bozze. Tremavo dall’emozione… Dopo averle sfogliate con ansia sono rimasto a bocca aperta. Non ho reagito per più di quindici minuti. Lì in rosso, il rosso più pungente che abbia mai visto in vita mia, la parola granoturco (tradotta da me per corn) era stata sostituita dalla variante maize. Io sapevo assolutamente che maize si diceva negli articoli che avevamo scritto quando ero negli Stati Uniti, però per strada nessuno diceva maize, tutti quanti usavano corn. Siccome si trattava di un testo divulgativo la mia era la scelta corretta. Bastava spiegarglielo all’editore che “non so come facciano ad assumere queste persone senza esperienza nel campo…” Convinto di aver fatto bene sono andato a controllare sul dizionario. Ecco che cosa ho trovato:

Corn (noun)

  1. (British) any of various cereal plants, esp the predominant crop of a region, such as wheat in England and oats in Scotland and Ireland
  2. (US) a cultivated American cereal plant (Zea mays) of the grass family, with the grain borne on cobs enclosed in husks; maize

Beh certo, è vero che dovevo conoscere questo fenomeno di diatopia dopo tanti anni di studio. Però in sostanza avevo fatto un unico errore banale. Non era giusto mortificarsi così. Sono rimasto male lo stesso, per al meno un paio di settimane. …

Anni dopo ho letto un saggio che mi ha sollevato enormemente. Il fatto è che stando a un racconto popolare, nel secondo dopoguerra i britannici hanno chiesto l’aiuto dei loro alleati, gli americani. La guerra affamava quella povera gente, la campagna si spopolava e la terra non produceva più. Hanno chiesto del frumento, la coltivazione predominante su cui si basava la loro dieta, cioè il loro corn. Mi sono immedesimato per un attimo in quel soldato rosso di capelli che ha aperto le porte del container appena arrivato dall’America. Tonnellate e tonnellate di granoturco… Posso capire perfettamente il suo stato di shock. È rimasto a bocca aperta per più di quindici minuti, senza nemmeno dire una parola… Chi sa se grazie a questo successo oggi mangiamo i popcorn. Un segreto omaggio a quelli che amano il suono delle parole. A me al meno piace pensarla in questo modo. Perché le parole sono così. Ci perseguitano. Ne sono convinto.

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